Rinascita dalle proprie ceneri Come la Fenice

Come una goccia d'acqua in attesa sotto il sole,

le imposizioni stupide della società mi han fatto evaporare e sparire ma...

tornero fra voi come pioggia.

E come ogni buon diario che si rispetti una formula di inizio di tutto rilievo.

Dedicato a:

Per tutti coloro che sono venuti prima,

per quelli che verranno dopo,

e per tutti coloro che costruiscono il maggico e amorevole ponte tra di loro.

"Esci una sera sotto un vasto cielo stellato,

alza gli occhi a quei milioni di mondi sopra la tua testa.

Guarda la Via Lattea.

In quell'infinità, la terra si dissolverà, sparisce e con essa sparisci anche tu.

Dove sei? Chi sei? Cosa vuoi? Dove vuoi andare? Ti attende un viaggio lungo e difficile e...

non sai se ti potrai riposare.

Ricodati dove sei e perchè sei li.

Non avere troppa cura di te, e ramenta...

...che nessuno sforzo viene mai mai fatto invano."

"E adesso puoi metterti in cammino"

domenica 18 febbraio 2007

un racconto di molto tempo fa

Un racconto che a mosso il mio sentimento mi sono rispecchito molto in esso per molti tratti che anno atraversato la mia vita nello stesso modo e a voi che dice.

Soffiava un vento gelido, stridulo, ululante e aveva paura: non di quello che udiva fuori, ma di quello che sentiva dentro. Tremava come una delle tante foglie che vedeva appese agli alberi e, come queste, anche lui era sospeso, era in balia di una forza più grande, incontrollabile, che però decideva della sua vita.

Il ramo di pesche
"Era un ragazzo di 18 anni, Alex si chiamava, moro, carino, atletico e timido. Inconsapevolmente, però, Alex stava per intraprendere una guerra lunga e dolorosa che gli avrebbe procurato ferite tanto profonde che neppure un’altra vita sarebbe bastata a sanarle. Era stato un gioco, uno squallido gioco che ora però si presentava in tutta la sua crudeltà. Con macabro sadismo pensava, sognava, piangeva, ripensava e soffriva. Rivedevano i muri scarni di quella casa in costruzione, i mattoni buttati per terra, i chiodi, sentiva ancora l’odore del cemento. Stava giocando con Sergio: era un gioco strano, insolito. Non giocavano con i soldatini, nè col pallone, ma con le mani. Si toccavano, si strusciavano cercando l’amplesso. Lo facevano con la spensieratezza dei bambini ma anche con la voglia e la frequenza dei grandi. Ricordava con ribrezzo ed orrore le videocassette, le riviste e tutto ciò che inconsapevolmente l’aveva portato a dichiarare guerra a se stesso e al resto del mondo. La famiglia, la chiesa, il catechismo, come poteva accettare una cosa simile dopo essere stato educato con sani principi cristiani? Dopo aver vissuto la religiosità in modo distorto? Si sentiva come quel ramo di pesche che fissava dalla finestra. Un ramo di pesche innestato su un mandorlo.
Vedeva i frutti diversi e pensava che anche i frutti sarebbero stati eclatantemente diversi. Che colpa poteva avere quel ramo se, senza poter scegliere, era stato messo lì contro la sua volontà? Piano piano dagli occhi scendevano delle lacrime che solcavano il dolce e tenero viso fino ad arrivare alla bocca, quella bocca che tanto desiderava ma che aveva anche l’orrore di sentire. Continuava a ripetersi: “Non posso”,”non devo”, ma questi due imperativi nulla possono contro sua maestà “voglio”. La ragione voleva riprendere il sopravvento ma sentiva che trono, scettro e potere vacillavano e che di lì a poco li avrebbe persi. Una forza nuova, più fresca, più grande, più viva, sgorgata non si sa da dove prepotentemente si faceva strada e stava prendendo il sopravvento. Il tempo passava inesorabilmente e ormai stava per farsi giorno. I primi raggi di sole, timidi, nascevano all’orizzonte. Perdendosi nell’infinita bellezza del celeste arancio Alex si addormentò. Addio serenità, addio spensieratezza, addio tranquillità…..e intanto un sogno un incubo, continuava a confonderlo ed a tormentarlo. “Sei diverso! Sei una delusione! Sparisci!”, si sentiva dire dagli amici e dai genitori. Impaurito si svegliò di soprassalto sperando invano che quel sogno si avverasse.
Alzandosi riprese la sua vita. Era strano, ormai era inconsciamente consapevole: era il primo giorno della sua nuova vita, una vita di finzioni e assurdità. Nessuno si era accorto di nulla, solo lui sentiva che man mano stava cambiando. Neanche i genitori se ne erano accorti, o forse non volevano farlo. Giorno dopo giorno aggiungevano un mattone al fragile castello di sogni che stavano costruendo: “sarà un professionista affermato, ricco, potente e temuto”. Erano orgogliosi di ciò che stavano creando. Lo vedevano crescere ed erano felici pensando al giorno in cui tutti i loro sogni si sarebbero avverati. Ma Alex non riusciva a tener nascosto tutto. Ogni tanto una frase, un gesto, anche una singola parola, incontrollabilmente usciva fuori, era come se in quell’istante non fosse più lui: per un attimo un’altra persona, tenuta prigioniera, risorgeva e si manifestava per poi soccombere alla ragione. Era come un cane da guardia che legato e vincolato da pesanti catene che ogni tanto riusciva a liberarsi. Scappava, correva, cercava di evadere ma alla fine la mano del padrone lo rilegava alle odiate catene. Ritornava così a calpestare lo stesso metro quadrato di terra, sognando e aspettando impazientemente i prossimi minuti di libertà. Le sbarre del carcere di Alex, però, stavano crollando. Intanto gli incontri con il suo amato amico Sergio si facevano sempre più frequenti. Voleva liberarsene ma non era forte abbastanza. Ogni volta ci ricadeva e si lasciava travolgere dal vortice della passione.
I gesti, le movenze e le parole però, non sfuggivano agli sguardi taglienti della gente. Gli amici iniziavano ad accorgersi che qualcosa non andava. Alex non guardava le ragazze, non desiderava come loro, sembrava non avesse libido. Man mano lo allontanavano, sempre più lontano, sempre più solo era Alex. Non riusciva a capire il perché. Le voci giravano: i sorrisi maligni, gli sguardi sdegnati lo accompagnavano ovunque. Le frasi bisbigliate alle orecchie, poi, facevano più male di mille coltellate. Ogni singola lettera era una lama che lo colpiva, lo uccideva, lo distruggeva fino a disintegrarlo. Per un po’ continuò ad uscire, tacendo anche a se stesso la verità. Cercava di ignorare tutto e tutti ma a che prezzo? Fino a quando? Arrivò l’estate. Gli amici di scuola iniziavano a sentirsi grandi e forti, volevano dimostrare la loro onnipotenza, la loro grandezza. Erano sicuri, fieri, altezzosi mentre Alex no. Alex era distrutto dalla straziante battaglia che si combatteva dentro di sé. Lui non beveva, non fumava, non riusciva a trovare la pace interiore. Lo allontanavano e si allontanava. Ormai la voragine era così grande da non poter essere più colmata.
Anche Sergio lo scherniva e lo isolava in modo subdolo e meschino. Il pomeriggio saliva da Alex, ora con una scusa ora con un’altra, lo circuiva, lo tentava. Alex, debole e desideroso di affetto, comprensione e amore si lasciava andare. Ma la gioia di sentirsi amato e desiderato durava poco. Alla fine Sergio lo salutava ed usciva con quegli stessi amici che avevano isolato Alex. Forse, lo stesso Sergio, lo insultava e lo derideva: l’ennesima freccia che gli trapassava il corpo già martoriato da mille ferite ancora sanguinanti. Ogni giorno una nuova freccia, una nuova ferita. Si sentiva usato, umiliato, calpestato e disprezzato da colui che pensava potesse amarlo! Era in balia di un nero torrente che lo trascinava in basso, sempre più in basso, nella depressione più cupa. I genitori iniziavano ad intuire che qualcosa non andava, che il castello che si erano costruiti stava vacillando. Allora si scagliarono contro Alex perchè voleva distruggere i loro sogni, deludere le loro aspettative. Continuamente lo mettevano a paragone con gli altri, volevano che anche lui iniziasse a mettere dei mattoni al castello. Ma Alex non poteva, non voleva. Si sentiva inferiore agli altri. Non si accettava, non capiva cosa gli stesse capitando. L’unica cosa che sentiva era il vuoto attorno a lui, un senso di rinuncia e sconfitta.
Continuò a non uscire, a mangiare poco, quasi vegetava. Voleva lasciarsi morire. Una sera, però, così per caso, sdraiato sul divano, gli capitò di vedere un film. Parlava di un artista, un autore, Oscar Wilde che per amore aveva sfidato la società. Era un amore strano però, un amore subdolo e insensato. Non era normale: erano due uomini ad amarsi però, si amavano così tanto, si desideravano così tanto che, per quanto potesse apparire strano, era un amore sincero, tanto pulito quanto agli occhi degli altri appariva torbido. Alex si immedesimò in Oscar. Oscar era andato in prigione, lui si era isolato. Oscar amava un uomo e lui aveva incontri frequenti con l’amato amico Sergio. “Forse non è solo un amico” pensava. E di nuovo quella notte non riuscì a dormire. Guardava continuamente fuori dalla finestra. Fissava l’albero di mandorle. Vedeva e rivedeva le pesche mature. Quel ramo e quei frutti erano tanto diversi dal resto dell’albero, perché?Anche lui era e si sentiva diverso.
Ora non riusciva più a far tacere quella voce che gli partiva da dentro, quella voce che non aveva mai voluto ascoltare. Ora sapeva, era consapevole di essere omosessuale. “Oh no! Che orrore quella parola! Che schifo!” Tremava tutto. Il sangue gli si era gelato. Aveva la pelle d’oca. Aveva capito cos’era quella forza nuova, vera, che sentiva dentro. Era riuscito per la prima volta ad udire quella voce che veniva dal profondo del cuore. Non poteva accettarlo, aveva paura.Per un anno si odiò, si disprezzò. Voleva assolutamente sopprimere quel mostro che allevava dentro di sé, quel mostro che, nonostante fosse osteggiato e represso, cresceva e diventava sempre più forte. Devastava tutto. Attila lo chiamava Alex. Interruppe gli incontri con Sergio, anzi di riflesso iniziò ad odiare anche lui.
Lo odiava perché sapeva che Attila lo avevano concepito insieme. Da un amore malsano non poteva che nascere un mostro! Non voleva più vederlo. Pensava che così facendo avrebbe eliminato ogni cosa, e che Attila sarebbe sparito. Per un anno seguitò a non uscire, a non avere contatti con nessuno. Solo a scuola parlava ogni tanto. Cercava di farsi morire. Chiuso nella sua cameretta, poi però pensava e ripensava a ciò che gli era accaduto. Nonostante tutto Attila continuava a crescere. Alex si era chiuso come un riccio. Per i genitori era tutto normale. L’importante era che studiasse e prendesse buoni voti a scuola in modo da non far crollare il loro castello. L’odio cresceva, cresceva il disprezzo di sé e degli altri.
Una terribile notte, non riuscendo a cancellare la sua condizione, non avendo potuto debellare la sua “malattia”, pensò di farla finita. Era già morto, era già stato distrutto da Attila: era talmente offuscato dal dolore che neppure la morte lo spaventava. Passeggiava come un pazzo per la stanza. Andò in cucina a prendere il coltello: voleva tagliarsi le vene pensando di fare la cosa giusta. Ormai la sofferenza era insopportabile. Ma come può essere giusto decidere di tagliare un così bel filo impedendo al destino di realizzare una tela tanto rara, preziosa e speciale? Alex per fortuna non cedette. Era lì, lì, col coltello vicino al polso, stava per affondarlo ma si fermò. Si alzò e rivide le pesche.
Le aveva guardate milioni e milioni di volte in quegli anni ma, per la prima volta, gli apparivano diverse. Erano più belle delle mandorle, più saporite, più succose, più dolci e anche più apprezzate. E così, anche lui per la prima volta si rivide con altri occhi. Quello che aveva dentro non era un mostro, non era Attila ma il vero Alex, l’Alex che avrebbe continuato a vivere, ad avere delusioni e soddisfazioni. Ora il torrente cupo si era arrestato e lui, naufrago, cercava di riprendersi. Si rivedeva bello e sensibile, ormai si guardava da un’altra angolatura e sotto un’altra luce.
Il brutto anatroccolo era diventato un cigno, le paure erano momentaneamente scomparse. Il vecchio Alex era morto ed aveva dato spazio al nuovo, più dolce e più vero. Quella notte portò via tutti gli spettri cupi e neri. Tutti i muri innalzati da Alex per proteggersi, iniziarono a cadere. Il riccio si stava aprendo e non cercava più di proteggersi ma avrebbe attaccato qualora qualcuno l’avesse sfidato e colpito. Le ferite sembravano essersi rimarginate.
Alex riprese ad uscire, si fece nuovi amici, nuovi interessi. A scuola tutto procedeva bene e stava decisamente meglio. Pensava di aver vinto la guerra. Pensava di aver messo fine a quel dolore lacerante ma aimè non era così. Quella che aveva vinto era solo una battaglia, la battaglia contro se stesso. Avrebbe dovuto combattere ancora per poter conquistare una pallida pace, ma le pesche erano lì a dargli forza."

"Dioniso"

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